[…] la storia dell’uomo è sempre stata una lotta per uscire dall’oscuro stato inconscio in cui è immerso per acquistare una sempre maggiore luminosa consapevolezza […] l’essenza della “cura psichica” che poi porta alla guarigione mentale sta semplicemente nel conseguire da parte del paziente un “atteggiamento osservazionale” verso se stesso e verso quello che gli accade qui e ora, momento dopo momento nell’adesso, con piena accettazione, con nuda attenzione e senza alcuna modalità di giudizio. «Qual è il segreto della tua serenità?». Il maestro rispose: «La cooperazione incondizionata con l’inevitabile».
Il segreto di questo atteggiamento osservazionale sta proprio nell’imparare a osservare i differenti stati di coscienza da una certa distanza. Questo è ciò che nella meditazione o meglio nella pratica meditativa viene chiamato “essere il testimone”: restare semplicemente a osservare ciò che si verifica a livello della coscienza momento dopo momento, senza giudicare o voler cambiare nulla. Tutti gli eventi della vita innescano una reazione interiore. Possono spingerci a difenderci, o forse possono scatenare vergogna o paura, magari possono portare gioia, amore, eccitazione o un senso di beatitudine. In quanto testimoni, possiamo concederci di essere coscienti dell’innesco, di avvertire le sensazioni nel corpo e di far caso ai pensieri che sopraggiungono, e tutto ciò fa sì che nel tempo si assista a un cambiamento della psiche nel momento stesso in cui si accetta di non voler cambiare nulla, cambiamento che consiste in una mente più serena con una condotta di vita intonata alla gentilezza, alla dolcezza e alla comprensione.
L’atteggiamento osservazionale non è altro che “attenzione nuda”, dove “nuda” si riferisce all’assenza di reattività nella risposta, a un modo di relazionarsi puro e spoglio nei confronti di sé e del mondo.
[…] «Tutto ciò con cui ci identifichiamo ci controlla. Noi possiamo padroneggiare tutto ciò da cui ci disidentifichiamo». Ma che significa disidentificarci? È semplice: vuol dire distanziarsi e osservare. Come c’è uno spazio esterno, così c’è uno spazio interno. Possiamo imparare a interporre uno spazio fra noi stessi e uno stato d’animo attraverso la consapevolezza riflessiva. E questa consapevolezza riflessiva da nuda osservazione distaccata è come se fosse una specie di coscienza-spia in un angolo della propria mente che guarda e accoglie tutto ciò che avviene nel teatro della psiche, del corpo e fuori di sé
Nello specifico questo atteggiamento osservazionale si basa su una triplice disposizione a: 1) osservare con apertura il mondo interno così com’è e non come vorremmo che fosse; 2) osservare con percezione gli eventi mentali ed emotivi in un contesto più ampio, staccandosi da comportamenti automatici e reazioni abituali; 3) osservare con oggettività i propri processi psichici e capire che sono temporanei e non costituiscono la nostra identità.
[…] inintegrazione, ovvero l’esperienza del bambino sereno che riceve le cure di una madre capace di offrire un sostegno, cioè una copertura dell’io sufficientemente buona, e non un ambiente genitoriale né invadente né viceversa assente.
[…] Possiamo dire che ognuno di noi è alla continua ricerca di qualsiasi cosa che anche lontanamente ricordi o risvegli interiormente quell’esperienza serena e tranquillizzante dello stato di inintegrazione, poiché esso comporta la fornitura di un Ego ausiliario. Tutti desideriamo veramente non tanto la ricchezza, il potere, il successo, bensì la serenità intesa come quiete, tranquillità, pace interiore… E questa serenità la ritroviamo andando alla continua ricerca di esperienze che abbiano funzioni di Ego ausiliario, tipiche di una figura materna sufficientemente buona con preoccupazioni primarie. Tra queste funzioni dell’Ego ausiliario la più importante è forse la ricerca della presenza di qualcuno che ci garantisca continuativamente quella cura, quell’attenzione e quel sostegno tanto necessari a essere riconosciuti, accettati, rassicurati, incoraggiati, tali da rafforzare in noi un forte senso di autostima.
[…] La certezza della presenza della serenità nelle nostre esistenze è infatti possibile non solo se riceviamo le cure ma anche se le rivolgiamo all’esterno, nel senso che svolgiamo nei confronti degli altri tutte quelle funzioni di Ego ausiliario specifiche di una figura materna sufficientemente buona con preoccupazioni primarie, rivolgendo agli altri quelle attenzioni fatte di sguardi e di cure, stando accanto all’altro con interesse, essere al fianco di qualcuno con premura, ecc.
Una volta che viviamo queste espressioni con gli altri, cioè queste funzioni di Ego ausiliario tipicamente materne verso l’esterno, allora accade che il nostro inconscio, che non sa distinguere la realtà dalla fantasia, proprio perché osserva questi nostri comportamenti di cura in azione non li interpreta oggettivamente come rivolti fuori di sé, bensì li classifica come rivolti verso l’interno, verso se stessi, considerando noi i destinatari di ciò che diamo agli altri.
Sulla falsariga dell’evangelico «Date e vi sarà dato» (Lc 6, 38), accade appunto che se «diamo l’Ego ausiliario esso ci sarà dato», nel senso che qualcuno per “reciprocità” potrà anche ricambiare. Ciò è sempre auspicabile oltre che desiderabile, ma talvolta può accadere che la “reciprocità” non scatti; anche in quel caso, però, poco male, perché comunque si rimane sereni e ugualmente soddisfatti dall’interno grazie al nostro inconscio che, non distinguendo appunto la realtà dalla fantasia e inter- pretando tutto vero e tutto reale, finisce per considerare qualsiasi nostro atteggiamento esterno di cura rivolto comunque a noi stessi […]